“L’acino fuggente” è in tutto e per tutto una guida enogastronomica. Come tutte le guide, però, ha un difetto: contiene il 10% di quello che avrebbe tutto il diritto di essere raccontato.

L'acino fuggente

Girovagare per le Langhe, il Roero e il Monferrato significa spostarsi fluidamente tra colline verdeggianti, lasciar oziare lo sguardo su scorci panoramici ed architetture medioevali e, soprattutto, viziare le papille gustative. Abbiamo voluto anche parlarne con gli autori.

Il vostro precedente libro, Elogio della sbronza consapevole, esplorava in senso sincronico e diacronico il tema del vino, soprattutto dal punto di vista letterario.
Una delle grandi ricchezze dell’Italia è proprio l’enogastronomia: qual è stato il fattore determinante che vi ha spinto a scegliere il Piemonte, più precisamente una zona di questa regione, per il tour proposto ne L’acino fuggente?

LR E’ stata una richiesta dell’editore. Poi, sai, noi siamo molto legati al nostro territorio, inoltre siamo un po’ pigri e aggiungerei ancora che siamo convinti che le grandi storie avventurose si trovino vicino a noi, insomma, con un po’ di esercizio e palestra all’ascolto, l’esotismo è a portata di mano…

ER Premessa: l’Elogio era il nostro primo libro insieme, questo è il sesto. Malgrado la distanza temporale il legame è evidente: da una parte il vino, dall’altra l’enogastronomia e quelle che oggi si chiamano “le eccellenze del territorio”, un’espressione talmente abusata da perdere ogni significato, ma tant’é. In mezzo rimane tutto l’acume del grande gastronomo francese Anthelme Brillat-Savarin che nella “Physiologie du Goût – Méditations de Gastronomie Transcendante” (1825) chiosava: “si è golosi come si è poeti”. Ecco, l’essenza è tutta qui. Quanto alla scelta del Piemonte è stata automatica: primo, perché è la nostra regione; secondo, perché Laterza ci ha contattato proprio per chiederci di scrivere su questi territori… perciò non avevamo scelta. In tre parole: golosi, poeti e piemontesi. Di cos’altro potevamo scrivere?

Il vostro percorso lascia spazio anche a cenni storici e leggende locali. Vi siete documentati priva di recarvi nei luoghi che custodiscono questo particolare folklore o avete prima respirato lo spirito dei luoghi per appropriarvene e in seguito presentarlo ai lettori?

LR Lo diciamo a un certo punto anche nel libro. Muoversi sapendo dove si andrà già in partenza è una buona cosa, ma lasciarsi trasportare dalle suggestioni e dal caso, assecondare i deragliamenti è ancora meglio.

ER Arriviamo da sei anni di rubriche sul magazine GQ. Avevamo una rubrica mensile che si intitolava “Messaggi in bottiglia”, dove parlavamo di vini e di bere, ma non in maniera tradizionale. I lettori non ne possono più di trovare sulle riviste la solita fotina della bottiglia e poi le solite note da sommelier, di testa sa di frutti di bosco, retrogusto di bacca della foresta nera ingrifata alle castagne, tannino, palato e via annoiando. Perfino i produttori di vini – e l’abbiamo toccato con mano molte volte – non ne possono più. Allora ci siamo messi a parlare di vino raccontando le storie. E dentro c’è tutto: uomini, cultura, territorio, folclore e anche – spesso – la Storia con la esse maiuscola. Il nostro modo di lavorare sul libro, perciò, è stato prettamente sul territorio, ma con alle spalle sei anni di “teoria”, per così dire.

Si può affermare che la vostra è in tutto è per tutto una guida enogastronomica, in quanto vi è quasi sempre la possibilità di rintracciare la cantina, il ristorante o l’osteria dove avete degustato i vini e le pietanze di cui fate cenno nel libro.
Secondo voi, quanto ci si deve affidare alle guide turistiche vere e proprie, e quanto bisogna lasciarsi guidare dall’istinto durante un viaggio?

LR Beh, dipende dalla meta. Direi un cinquanta e cinquanta. Ma se parliamo dei territori che abbiamo “esplorato” noi, inviterei il viaggiatore a improvvisare il più possibile.

ER Ma certo. “L’acino fuggente” è in tutto e per tutto una guida enogastronomica. Come tutte le guide, però, ha un difetto: contiene il 10% di quello che avrebbe tutto il diritto di essere raccontato. E contiene l’1% di quello che avrebbe un minimo diritto di essere raccontato. Insomma: è incompleta. Ma tutte le guide lo sono, anche se non ci consola. Però tutto quello di cui parliamo è stato toccato di prima mano, siamo lontani anni luce dalle recensioni farlocche di Trip Advisor dove i ristoratori dirimpettai si sbranano a vicenda o si imbrodano a vicenda, a seconda del rapporto. E non abbiamo dato molto spazio ai posti più noti e alle etichette più famose, proprio perché non hanno certo bisogno della nostra pubblicità. Abbiamo cercato di fare qualcosa a metà tra leggerezza e profondità: è un libro raffinatissimo e pieno di citazioni e allo stesso tempo un libro assolutamente scemo, dove si sorride e si ride assai spesso. Questo è il feedback che arriva dai lettori.

Da poco è uscito il libro di Mauro Corona, il Manuale a uso dei giovani per imparare a bere. L’avete letto? Cosa ne pensate?

LR Non ne penso nulla: non l’ho letto.

ER Mi dispiace, non l’ho letto.

E infine, una domanda per soddisfare la curiosità, ma anche per dare un consiglio a coloro che per la prima volta si metteranno a tavola nelle Langhe, nel Roero e nel Monferrato: quali sono il vino e il piatto che le vostre papille gustative ricordano con nostalgia?

LR Per i vini indico i regnanti: il re Barolo e la regina Barbaresco. Il piatto? Battuta di fassone, ovvero carne cruda ai massimi livelli raggiungibili.

ER Sul vino non ho dubbi: un Nebbiolo comprato a Barolo, di cui ho preso tre bottiglie e non ricordo il produttore (ma tornerò sul luogo del delitto e, come un segugio, lo scoverò). Un vino straordinario, pagato tipo 8 euro a bottiglia e migliore di molti bordeaux che costano dieci volte tanto. Quanto al piatto sono più confuso: abbiamo praticamente mangiato bene ovunque. Da queste parti la gente è abituata a mangiare da dio anche a casa perciò, se vuoi farli pagare, devi dar da mangiare ancora meglio oppure il tuo ristorante chiude nell’arco di un mese. Morale: alla fine direi i nostri grandi piatti, la bagna cauda e il fritto misto alla piemontese.

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Collezionano paesaggi, Remmert e Ragagnin, ma con figure, una fisarmonica di caratteri, un girotondo di umori, un brulichio di penati, etimologicamente di proteiche anime poco fa.

Settembre: tempo di vendemmia. Dalle parti di Laterza matura L’acino fuggente, poetico diario di viaggio con cui Luca Ragagnin ed Enrico Remmert passano in rassegna uno dei tesori enologici più ricchi del nostro Paese. Saperi e sapori si dipanano nel racconto innamorato del profondo Piemonte, passando dalle colline delle Langhe ai cru del Roero, finendo per gli aromi del Monferrato.