Non è che attraverso i più piccoli dettagli, attraverso ciò che una persona vede, sente, odora, attraverso l'esperienza che percepisce istante dopo istante, che uno scrittore può trasmettere quella che è l'immensità di una vita umana.


Anthony Doerr

Shauna Doerr

Anthony Doerr è l’autore di molti romanzi e raccolte di racconti. Il suo ultimo romanzo, Tutta la luce che non vediamo, ha vinto il prestigioso premio Pulitzer. Vive negli Stati Uniti in Idaho.

A partire dalla seconda citazione presente nell’epigrafe e fino alla fine del romanzo, uno dei temi principali del libro è la radio e il modo in cui essa viene utilizzata, e da quale genere di persone venga a sua volta usata. Questo fa eco a una dualità ricorrente all’interno del romanzo, secondo cui certe cose, o certi concetti, possono avere dei fini molto differenti, se non addirittura opposti. Nulla è mai ciò che sembra: ritiene che ciò si possa applicare a questo romanzo?

Sì assolutamente. Le competenze di ingegnere di Werner, ad esempio, possono essere considerate ai nostri giorni come qualcosa di molto meritorio, ma nel romanzo vengono applicate per raggiungere dei fini orribili. Lo stesso caso, ovviamente, per i fisici che hanno inventato la bomba all’idrogeno: hanno rivelato i misteri della creazione dell’umanità ma hanno egualmente scatenato una forza incredibilmente distruttrice. La sua domanda mi fa anche pensare ai diversi modi con cui si può usare internet oggigiorno. Gli estremisti che operano in nome dell’ISIS mettono online, su YouTube, degli atti di efferata violenza al fine di provocare terrore psicologico; i governi e le imprese utilizzano i dati dei social network per sorvegliare il comportamento dei cittadini. Al contempo, però, internet può essere uno strumento incredibile al servizio della democrazia e dell’educazione. Qualcuno che abita in una località sperduta può usare internet per imparare il mandarino, per riparare un’automobile o per leggere in greco antico. Amo questo genere di paradossi.

È un conto approssimativo, ma mi sembra che la parola “guerra” compaia meno di trenta volte dall’inizio del romanzo. Mettere da parte questa parola è stata una scelta consapevole attuata sin dall’inizio del processo di scrittura, nonostante che i destini di Marie-Laure e di Werner siano determinati dalle circostanze storiche?

Interessante. No, non è stata una scelta deliberata, ma ero perfettamete cosciente dell’esistenza di una grande quantità di letteratura dedicata alla Seconda Guerra mondiale, di cui buona parte di così grande qualità da togliere il respiro e scritta da persone che hanno vissuto in quell’epoca. Nel corso dei dieci anni durante i quali ho lavorato a questo romanzo ero terrorizzato di inserirmi nel solco di una narrativa che aveva già perso vitalità poiché il soggetto era già stato trattato molte volte.
Una delle strategie che ho cercato di adottare è stata imitare la lingua dei racconti di fate e dell’allegoria: il ragazzo, la ragazza, gli orchi, la pietra preziosa maledetta, la cittadella immaginaria. Un’altra è stata trovare un equilibrio tra il sovrannaturale e l’iperrealismo, di dettagliare tutto nel modo più minuzioso possibile. Ho pensato che la giustapposizione di queste due tecniche potesse forse aiutare a marcare il romanzo, come una storia di Borges o di Calvino si differenzia sempre, anche quando descrive il nostro mondo. A volte il miglior modo di mostrare qualcosa al lettore è non nominarla affatto.

Potrebbe raccontarci il motivo che l’ha portata a scegliere Saint-Malo come ambientazione principale del romanzo?

Vi sono stato per la prima volta in occasione di un tour promozionale in Francia di uno dei miei libri, nel 2006. Dopo un lungo pranzo sono andato a fare una passeggiata in alto, sui bastioni, di notte, osservando l’interno degli appartamenti attraverso le finestre del terzo piano, il mare scintillante alla mia destra, la città illuminata a sinistra. È stato profondamente affascinante: un luogo che sembrava al tempo stesso a un castello delle fate, a un disegno di Escher, fatto di nebbia, di vento oceanico, della luce di un riverbero. Avevo l’impressione di camminare in una delle città immaginarie tratte da Le città invisibili di Italo Calvino. Avevo iniziato una storia incentrata su una ragazza che amava il mare e di un ragazzo che amava la radio, e dal momento in cui ho iniziato a interessarmi alla storia di questa città durante la Seconda Guerra mondiale, ho subito sentito che dovevo scegliere questo luogo per il romanzo.

Com’è che il libro Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne è finito nel cuore del suo romanzo? Che significato ha, per lei, che Marie-Laure legga questo libro in particolare?

Ventimila leghe sotto i mari era uno dei miei libri preferiti quando ero piccolo. Il romanzo di Verne parla di meraviglia e di tecnologia, e usa la narrazione per amplificare l’interesse del lettore per la natura. Questo assomiglia così tanto a ciò che io cerco di fare con i miei scritti che, un giorno, quando ho iniziato una rilettura, ho deciso che il testo di Verne avrebbe potuto servire con efficacia come “libro nel libro”, e che avrebbe potuto essere il giusto tipo di testo che Marie-Laure avrebbe potuto diffondere alla radio. Per me, uno dei tratti più caratteristici di Marie-Laure è la sua curiosità, lei è innanzitutto una persona che desidera imparare. Affidarle Verne, i cui i libri celebrano la ricerca della conoscenza, sembrava meravigliosamente adatto.

Tutta la luce che non vediamo è un romanzo intrinsecamente legato ai cinque sensi. Ha l’impressione che ciò sia inscindibile dalla sua scrittura?

Sì. Se l’obiettivo di uno scrittore è quello di trasportare il lettore all’interno della vita di un altro essere umano, lo strumento più importante a sua disposizione è il dettaglio. Lo scrittore americano John Gardner l’ha definita « l’accumulo autentico di dettagli, istante dopo istante». Come mantenere il lettore nell’illusione che si tratta di finzione, come far dimenticare al lettore che lui, o lei, sta leggendo delle frasi su una pagina? Grazie al dettaglio sensoriale: l’odore degli alberi di mango, la sensazione della sabbia sotto i talloni, lo schiocco degli scorpioni quando scivolano fuori dal sifone nella vasca da bagno.
Durante la scrittura del romanzo mi ripetevo incessantemente questa antica massima umanista: il cammino verso l’universale passa attraverso il particolare. Se si vogliono comprendere i grandi movimenti della storia, si devono leggere i diari dei bambini, per così dire, normali, come Anna Frank o Petr Ginz. Lo splendore e il genio del diario di Anna Frank, per esempio, risiede in una scrittura che indugia sulle descrizioni quotidiane dei dettagli ordinari: che cosa hanno mangiato, le storielle che si sono raccontati. L’orrore traspare dal banale. La lezione di questo diario mi ha segnato profondamente: innanzitutto, grazie ai libri, i ricordi dei morti possono continuare a vivere e, inoltre, non è che attraverso i più piccoli dettagli, attraverso ciò che una persona vede, sente, odora, attraverso l’esperienza che percepisce istante dopo istante, che uno scrittore può trasmettere quella che è l’immensità di una vita umana.