“La mantella del diavolo” è un canto d’amore alla mia terra nascosta.


Cristina Battocletti

Cristina Battocletti

La mantella del diavolo

Quando la propria terra d’origine lascia un segno indelebile allora nascono romanzi come La mantella del diavolo. Cristina Battocletti ci racconta il suo libro e il suo Friuli.

La mantella del diavolo è un’occasione per parlare della sua terra, il Friuli: come mai ha scelto di strutturare la vicenda attorno a un mistero e non ha privilegiato il genere storico, o una saga familiare, che si prestano generalmente meglio a caratterizzare luoghi e abitudini?

Da anni avevo in mente di scrivere una storia che vertesse attorno alla teoria del capro espiatorio, di cui abbiamo evidenti e amare tracce nella Storia (la Shoah né è l’esempio supremo di ingegneristica ferocia); nella religione (nel kippur ebraico un capro veniva mandato nel deserto carico dei peccati di tutta la comunità); nella mitologia e nella letteratura (Edipo, Penteo, in maniera più lieve Malaussène di Daniel Pennac), passando per il protagonista di “Lo straniero” di Camus, Meursault, a suo modo capro delle fobie della borghesia. Colpevole di un omicidio cui potevano essere applicate attenuanti, subì la pena più dura, per essere icona dell’indifferenza, la malattia da cui la borghesia stessa si sentiva erosa. René Girard poi nei suoi saggi – sopra a tutti “Il capro espiatorio” (Adelphi, 1982) – ne ha fatto una filosofia che ruota attorno al desiderio di imitazione. Avevo in mente una vicenda, che è un noir solo per chi vuole leggerlo come tale, imperniata su una serie di morti che non hanno alcun legame tra di loro, ma per cui i bennati del paese – il notaio, il farmacista, il presidente della fondazione, i poteri forti della provincia – cercano un colpevole, perché “I colpevoli, è meglio sceglierli che cercarli”, (Marcel Pagnol, Topaze). Così è nata la figura del poeta straccione, Nostromo, senza casa e senza “padroni”, su cui ricadono le colpe di questi eventi luttuosi surreali e ravvicinati. L’ombra del sospetto si allunga sulla protagonista, Irma, studentessa fuori sede, che ha un’affinità elettiva con il poeta straccione, tornata a casa per il funerale del migliore amico. Quando ho iniziato a scrivere non ho potuto fare a meno di pensare alla mia terra, il Friuli, che è stato ed è la mia spina dorsale, e ho capito che solo lì potevo ambientare il mio primo romanzo, come se fosse un tributo. Anche perché Cividale, dove sono cresciuta, e la fascia di terra che la circonda è negletta dalla letteratura. Non voglio in alcun modo paragonarmi agli autori che sto per citare, ma Nievo, Pasolini, Maldini, Sgorlon hanno raccontato il Friuli che confina con il Veneto. Quello più estremo, a cerniera con i Balcani, spazzato da venti freddissimi, con le sue contraddizioni e le sue bellezze ossimoriche, è stato solo sfiorato. Piero Chiara ha ambientato “Vedrò Singapore” a Cividale, ma con gli occhi di un lombardo “importato”. Ne “Il sogno di una cosa” di Pasolini c’è il fugace passaggio clandestino di due ragazzi della bassa friulana a Cividale per fuggire in Jugoslavia e realizzare così il sogno socialista. “La mantella del diavolo” è un canto d’amore alla mia terra nascosta.

Nel libro si fa riferimento ad alcune leggende e figure mitologiche tradizionali della regione, a dimostrazione che le leggende possono essere ancora d’ispirazione. Vi è ancora un forte legame con la mitologia popolare e un interesse a tramandarle o si assiste anche in Friuli a una generale perdita di interesse nei confronti del folklore locale?

I friulani hanno uno spiccato senso di orgoglio per il proprio territorio e stanno imparando a valorizzarlo. La proloco della valli del Natisone organizza camminate a caccia di Krivapete, le streghe dai piedi ritorti di cui parla “La mantella”; so che il carnevale di Mersino, con le sue maschere spaventose è molto frequentato; che la leggenda del ponte del diavolo di Cividale si narra ancora nelle scuola. Credo che ci sia un lavoro di riappropriazione delle tradizioni, che parte, inevitabilmente in questo decennio di culinarietà mediatica, dalla rielaborazione di ricette locali. Sicuramente il patrimonio folkloristico ha avuto un forte influsso sulla mia fantasia di bambina. Ho vissuto molto a contatto con la Natura, nei suoi silenzi, nelle scorribande con le amiche interpretavo le quinte delle montagne azzurrine, il verde del fogliame come segni di un mondo fantastico e sinistro e pertanto ancora più affascinante. La storia di quei luoghi è piena di non detti e si sa che le zone oscure alimentano le fantasie. Trovo che le krivapete, le streghe dai piedi ritorti, siano figure che aderiscono più al mondo leggendario nordeuropeo che a quello italico. E ci sono particolarmente affezionata perché le krivapete erano nel comune sentire donne libere di pensiero e di costumi, punite per questo e trasformate in streghe. E con i piedi rivolti indietro, al passato. Edipo, “capro espiatorio” per eccellenza, come ha fatto notare la bellissima recensione della “Mantella” di Daniele Giglioli sulla “Lettura” del Corriere della Sera, significa “dai piedi gonfi”.

All’interno del suo libro, e soprattutto per quanto riguarda i dialoghi, non vi è alcuna traccia del friulano, di cui non si può non tener conto considerato il contesto popolare dell’ambientazione. Come mai ha attuato questa scelta linguistica?

Il friulano è la lingua materna, l’alveo che mi ha cresciuto e nutrito, ma non mi è mai stato insegnato e non l’ho potuto impratichire. Sono nata negli anni Settanta e allora c’era l’idea che chi imparava il friulano avrebbe avuto problemi nello scrivere correttamente in italiano. Fu una precauzione materna benevola nelle intenzioni. Il friulano lo capisco, è un pozzo scuro, proprio come gli affetti, ma mi sento troppo insicura per parlarlo, tanto più nello scriverlo. Ciò non toglie che lo mastichi nei momenti di intimità con me stessa, quando rimugino da sola cucinando, mentre ripenso ed elenco le cose che devo fare. Se le mie figlie litigano sanno che non possono andare oltre quando io scoppio con un “Vonde, cumò” (basta adesso), segnale che hanno passato il limite della decenza. La sera, prima di metterle a dormire, canto loro “Stelutis alpinis”. Ma un romanzo è anche un passaporto per gli altri e come farli entrare in una terra poco conosciuta con una lingua di cui sono poco “perita”? Per Pasolini il friulano era la lingua materna, è vero, ma non vi ha vissuto dentro, ammollo. Ha deciso di cominciare ad analizzarla come una lingua romanza quando era a Bologna e poi ha fondato, da studioso, l’”Academiute”. Io non posso approcciare il mio dialetto in questo modo, non ci riesco, perché nel friulano sono stata immersa, è il mio latte e non riesco ad affrontarlo in maniera tecnica come una lingua da imparare. Collide con sensazioni primigenie che vivo dentro. Un amore si può analizzare solo quando è finito, per il resto è fatto di sensazioni irrazionali, che non si regimentano. E allora, per devozione alla scrittura, ho fatto una ricerca sulla lingua italiana, su cui lavoro oggi quotidianamente come giornalista della “Domenica” del Sole 24 Ore. Come diceva Bufalino nella postfazione di “Diceria dell’untore” “c’era in me un grumo di parole che voleva coagularsi”, “La metafora è il cibo della mia prosa, e non starò a giustificarmene o a vantarmene”. Ecco così è per me, fatte le debite proporzioni con il grande scrittore siciliano. Quindi una lingua ricercata nelle infinite combinazioni delle parole, studiata e curata.

All’inizio del libro si fa riferimento a quel concetto che viene espresso attraverso la parola tedesca Heimat. Viene da chiedersi: un libro ambientato nella propria terra d’origine avrà sempre un valore aggiunto rispetto agli altri?

Penso che necessariamente tutti, a livello sia personale che artistico, debbano fare i conti con le proprie radici per conoscersi. Soprattutto quando le radici sono quelle di una terra forte come lo è il Friuli, con la sua Storia piena di ferite (invasioni barbariche, Prima e Seconda Guerra mondiale, il ruolo di sentinella del blocco socialista, la fine cruenta della ex Jugoslavia). Io ho dovuto fare i conti con questa mia terra bellissima e feroce insieme e che mi ha lasciato un marchio indelebile. Heimat è una parola che non ha corrispondenti in italiano, solo nelle lingue slave. L’esergo della Mantella è un brano di un’intervista che ho fatto al regista Edgar Reitz , di cui ho molto ammirato la serie “Heimat”, la nostalgia costante per il luogo d’origine, il senso di essa che si perde nel momento in cui se ne comprende l’essenza. Il mio Heimat è il Friuli e Cividale, necessariamente ci sono dovuta passare. A Reitz ho mostrato poi l’esergo ancora in fase di bozze e ne è stato contento.

Nella postfazione si parla di friulanità, e di come essa abbia contribuito a delineare il romanzo. Come mai ha sentito la necessità di aggiungere questa puntualizzazione finale?

Perché, come spiegavo all’inizio, l’idea del libro nasce dal capro espiatorio e da molte mie fantasie che mi riempiono la mente nei lunghi viaggi metropolitani; fantasie surrealiste, cui mi esercito per non impiegare la testa in preoccupazioni inutili. L’ho imparato dalla biografia di Bunuel, “Dei miei sospiri estremi”, davanti alla cui genialità mi inchino. Bunuel impiegava molte ore del giorno a elucubrare sogni ad occhi aperti che poi entravano nel suo cinema. Quando questo romanzo non riusciva a prendere l’avvio, su consiglio di Marco Belpoliti, ho inventato dei toponomi (Cividale per esempio era Elicoidale). Quando alla fine della stesura li ho sostituiti con nomi veri dei luoghi in cui sono cresciuta ho avuto un sobbalzo: era un affresco assai cupo che non corrispondeva al senso della mia terra. Ho voluto scrivere allora questa postfazione, che Elisabetta Sgarbi ha comunque accolto anche se non è usuale. Suona come un “excusatio non petita”, ma non lo è. Ma magari lo è e io consciamente non lo so.

Una curiosità: esiste realmente a Cividale un libro che circola in segreto nelle osterie?

No, ma esisteva una figura simile a Nostromo. Si chiamava Olivo, viveva sul Natisone in luoghi di fortuna e scriveva poesie (alcune sono state raccolte amatorialmente). Secondo quanto ho saputo di lui – perché naturalmente Nostromo non è Olivo, ma il personaggio è stato ispirato alla sua figura – aveva subito una denuncia per aver mangiato uno dei piccioni che svolazzavano in piazza Paolo Diacono a Cividale. Si era difeso dicendo che c’era un piccione per ogni cividalese e che lui aveva mangiato il suo. Usava girare con un carretto su cui spesso viaggiava il suo cane che al collo portava un fazzoletto rosso, omaggio alla fede per il comunismo. Si narra che quando morì i negozianti di Cividale abbassarono le serrande al passaggio del feretro in segno di rispetto.

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Se volete sapere com’è oggi il Friuli questo bel romanzo può aiutare o non aiutare, ma basta ricordare che dopotutto si tratta di letteratura, e che la letteratura, per quanto ispirata, non è quasi mai la realtà.

Cristina Battocletti porta il lettore a sbirciare sotto la mantella nera che indossano i personaggi più influenti di Cividale. Per scoprire che i conti con il passato, quando fascisti e partigiani si affrontarono senza esclusione di colpi, non sono mai stati fatti.
Ma, in fondo, è più comodo pensare a una regia arcana. Al ritorno di antiche superstizioni. Streghe, diavoli, purché non sia la verità