Senza l’ascolto, l’osservazione, il ricordo delle persone e del loro ambiente non avrei nulla da raccontare.


Renzo Bistolfi

Renzo Bistolfi

I garbati maneggi delle signorine Devoto

Un tuffo nella provincia italiana e negli anni ’50 insieme a Renzo Bistolfi.

Il titolo I garbati maneggi delle signorine Devoto contiene in sé un richiamo immediato alla commedia televisiva di Govi del ’59, Maneggi per maritare una figlia, e una scelta lessicale che trasporta il lettore indietro nel tempo in sole quattro parole: lo si può considerare come un manifesto del suo romanzo?

Quando ho scritto il romanzo non pensavo affatto a Govi, né alle sue commedie. Il titolo del resto non era quello, è arrivato per ultimo. Tuttavia sì, anche se la sola parola in comune, è “maneggi”, il mondo di riferimento è lo stesso. I personaggi che animavano le commedie di Govi, come anche i miei, non erano affatto inventati ma ricalcavano certe figure precise, che chi è nato a Genova e ha abbastanza anni per aver sfiorato quell’epoca, ha incontrato di sicuro, seppure declinate in mille varianti.
Trovo che sia proprio il loro linguaggio a caratterizzarli, per questo uso volentieri i dialoghi facendo parlare direttamente i personaggi: in certi modi d’esprimersi si riconoscono l’epoca e l’ambiente. Govi del resto, per quanto apparisse caricaturale, in realtà lo era piuttosto poco. Ancor oggi basterebbe registrare le voci, l’ironia, il sarcasmo di certi anziani, per capire quanto era realistica la sua interpretazione.

Quali ricerche presuppone un’ambientazione storica come quella da lei prescelta e quali verifiche sono necessarie man mano che si struttura la narrazione?

Sono abbastanza maniacale nelle ricostruzioni e cerco di essere il più attendibile possibile, specialmente per quanto riguarda i contesti e i riferimenti storici. In generale credo che si debba scrivere di quel che si conosce bene.
Ora per esempio sto scrivendo una storia ambientata in parte in un preciso momento storico e questo implica un’attenta ricerca per esprimere accuratezza e precisione narrativa.
Nel caso de “I garbati maneggi delle signorine Devoto” invece non sono stati necessari approfondimenti di sorta, perché tutto ciò che si trova in questo romanzo arriva direttamente dalla mia infanzia, dalla mia memoria. Per fortuna ho una buona memoria.

Lei sostiene di essere arrivato alla scrittura “a orecchio e per accumulo”, registrando “luoghi, odori, colori, personaggi, gesti, modi di dire, tutto.” Secondo lei vi sono più modi per approdare al mestiere di scrittore o la sua esperienza le dice che senza un simile bagaglio di ricordi e sensazioni nessuno si può definire tale?

Credo che possano esserci diverse strade per arrivare al mestiere di scrittore, ma sono abbastanza sicuro che indipendentemente dal percorso, siano necessarie almeno due caratteristiche fondamentali. La prima è che per essere uno scrittore occorre innanzi tutto essere un lettore; la seconda è che bisogna essere attenti osservatori della natura umana, dei luoghi e di tutto ciò che costituisce l’ambiente, il micro cosmo in cui ciascuno di noi si muove e si è mosso, le sue regole, i suoi pregi e i suoi difetti. Senza l’ascolto, l’osservazione, il ricordo delle persone e del loro ambiente non avrei nulla da raccontare.

L’esortazione a scrivere, che lei ha colto in seguito, le è giunta da un suo amico durante una cena. Molte persone si sentono dire che dovrebbero scrivere un libro, eppure qualcuno coglie l’attimo e qualcun altro no: cos’è, secondo lei, che muove infine coloro che prendono la penna in mano?

Credo sia il riscontro, il riflesso che si percepisce in un altro di un’idea che già avevamo, di cui eravamo convinti pur senza avere il coraggio di prenderla sul serio. Per me, almeno, è stato così.

La nota dell’autore, in cui lei parla della sua infanzia a Sestri e dei cambiamenti storici a cui ha assistito nel corso degli anni, è così appassionata che la si potrebbe definire come un frammento autobiografico. Come mai ha scelto la narrativa e non la saggistica per dare voce ai suoi ricordi?

Perché la saggistica non fa “parlare i personaggi” e non prevede l’ironia.

Pensiamo a due autori che hanno avuto un grande successo quest’anno all’interno del panorama editoriale italiano, Andrea Vitali e Alessio Mussinelli, che hanno entrambi ambientato i loro romanzi nel Nord Italia: pensa che vi sia una tendenza alla riscoperta della provincia italiana, dei suoi vizi e delle sue virtù precedenti al cosiddetto miracolo economico degli anni ’50 e ’60?

Il bene e il male sono sempre quelli, regolano il mondo fin dall’inizio dei secoli, ma ci appaiono di volta in volta sotto nuove spoglie e questo ci sgomenta. Allora sentiamo il bisogno di rivolgerci a declinazioni note e rassicuranti, a valori che c’erano e che ora ci pare di non aver più fra le mani. Insomma, credo che in questi tempi in cui basta accendere la televisione o aprire il giornale per imbattersi in nuovi orrori che mai avevamo pensato potessero di nuovo arrivare, proviamo un gran bisogno di aria pulita, di problemi di cui conosciamo la soluzione. Il bene e il male in quegli anni non erano diversi da oggi, ma il loro aspetto e i valori sui quali ci basavamo per distinguerli, oggi ci sono ben noti e ci rassicurano. In fondo è un po’ come rivedere un film che sappiamo ci manderà a letto contenti.

Accenna infine a “la Milano da bere degli anni Ottanta”, in cui ha vissuto e lavorato: ci puo’ fare una mezza promessa, il prossimo romanzo lo ambienterà lì?

Ecco, il prossimo magari no, ma il successivo perché no?

Recensioni editoriali (2 recensioni)


Una storia di grande piacevolezza che strappa più di un sorriso e che fa venir voglia di andare a suonare il campanello delle sorelle. -

[...]una folla di personaggi maggiori e minori, una polifonia di voci che sa un po’ di madeleine dell’autore e non smette mai di dare la sensazione di piacere del racconto (di chi lo scrive e di chi lo legge).