Teste Matte è stato raccontato da uno che ha vissuto quella storia vent'anni fa, che da allora si è fatto due guerre di camorra, 3 anni di latitanza e 8 anni di carcere di cui 3 in Spagna...


Guido Lombardi

Guido Lombardi

Teste matte

Guido Lombardi ha scritto a quattro mani con Salvatore Striano il romanzo “Teste matte”: in questa intervista ci racconta la loro collaborazione, le sue impressioni.

Pensiamo a chi non è mai stato a Napoli, o non ha mai avuto l’occasione di inoltrarsi nel dedalo dei Quartieri Spagnoli : quali aggettivi userebbe per evocare l’atmosfera di questa città, grande protagonista di Teste matte?

In primo luogo “intricato”, proprio perchè quel dedalo di stradine al centro di Napoli è davvero così. E quasi come se ne fosse una conseguenza, anche le relazioni tra le persone, il loro modo di vivere, sembrano riflettere questa condizione di scivolosa vicinanza. Si dice che un battito di ali di farfalla provoca una tempesta dall’altra parte del mondo, nel mondo di Teste Matte una parola o uno sguardo provocano un agguato nel vicolo affianco. L’altro aggettivo che mi viene in mente è “passionale”, nel senso etimologico del termine: un patire tutti insieme, proprio perchè le vite sono così legate le une alle altre. E anche perchè il percorso di Sasà verso la salvezza, che poi nella vita reale è diventato anche un percorso verso la redenzione dal crimine, mi fa pensare alla passione di Cristo, in questo caso un povero cristo napoletano armato di pistola.

L’avvertenza presenta al lettore una vicenda narrativa basata sulla finzione, « Sebbene la storia narrata sia ispirata alla vita e ai ricordi personali di Salvatore Striano», ma è francamente impossibile non chiedersi se certi fatti siano realmente avvenuti. Dall’uscita del libro vi sono state pressioni da parte del pubblico a questo riguardo?

Basta leggere i giornali dell’epoca per capire che quasi tutto il romanzo racconta fatti realmente accaduti. Personalmente non avrei mai potuto inventarmi una storia simile, a partire dai dialoghi che raccontano in maniera precisa il modo in cui questi personaggi parlano, prendono decisioni o intuiscono quelle del proprio avversario, i loro codici insomma, sconosciuti e tavolta persino incomprensibili a chi non appartiene al mondo della criminalità organizzata napoletana, il cosiddetto Sistema. Io stesso, quando Sasà mi raccontava certe cose, rimanevo stupito. Mi ero fatto un’idea diversa di quel mondo, dato che come tutti la mia conoscenza passava attraverso i resoconti giornalistici o i film di finzione. Qualcuno dei lettori, legittimamente incuriosito, ci chiede se questo o quell’episodio è realmente accaduto, ma la maggior parte percepisce che la verità è più nel modo in cui abbiamo raccontato questo mondo che nel racconto dei singoli episodi. Quindi la domanda che ci fanno più spesso è “Ma sono veramente così?”. E la risposta è sì, questi uomini e queste donne sono esattamente come ve li abbiamo raccontati. E ciò è stato possibile proprio perchè Sasà era lì, assieme a loro, uguale, ma in qualche modo anche diverso da loro. Comunque in prima linea, quando quelle cose accadevano.

Teste matte è stato scritto a quattro mani con Salvatore Striano. Tradurre insieme a lui questa storia in parole le ha permesso di interpretarla in modo diverso, di vedere la vicenda da una prospettiva che in precedenza non aveva mai considerato?

Come dicevo, sono stato io in primis un ascoltatore stupito dei racconti di Sasà. Ricordo che all’epoca dei fatti avevo 15, 16 anni e laddove vivevo arrivava l’eco di questo gruppo di ragazzi che imperversava ai Quartieri Spagnoli. E i resoconti dei giornali, dal tono spesso sensazionalistico, me li facevano sembrare dei folli armati di pistola, appunto delle Teste Matte. Ora è come se attraverso i ricordi di Sasà li avessi conosciuti uno ad uno. E quando conosci qualcuno “di persona” è sempre diverso: sotto l’aura mitica, che incute terrore, vedi quei ragazzi non ancora uomini, travolti e spesso incattiviti dal destino che è toccato loro.

«Camorra è una parola che si trova solo nei libri di storia e negli atti giudiziari, per strada nessuno la usa più.» : la scomparsa di questa parola può essere interpretata come una tacita accettazione da parte di coloro che vivono in questa realtà?

Assolutamente no. E’ nel gergo criminale che la parola camorra non si usa più o forse chissà, non si è mai usata per designare l’organizzazione criminale. In sicilia i mafiosi chiamano da sempre la mafia “Cosa nostra”, a Napoli i camorristi chiamano la camorra il “Sistema”. “Camorra” è una parola usatissima a Napoli, ma per indicare l’atto di prepotenza a danno di qualcuno se non il concetto di prepotenza stessa, quasi che camorra e prepotenza siano sinomini. Perchè è l’essere prepotenti che ti qualifica come camorrista, la volontà di prevalere con la forza su qualcuno, privandolo di un suo diritto. Un esempio: due uomini entrano in un bar e anche semplicemente con la minaccia di una ritorsione, impongono al proprietario di acquistare da loro, magari a prezzo maggiorato, i gelati da vendere. A Napoli diremmo, raccontandoci l’accaduto: sono entrati due tizi e hanno fatto la camorra a quel poveraccio. Due camorristi. Due che per campare si mettono a taglieggiare chi non ha i mezzi per difendersi. E come avviene nei bar per i gelati, nei supermercati per le buste della spesa di plastica, in Teste Matte scopriamo che avviene anche a danno di chi fa un’attività illecita, dalla vendita delle sigarette di contrabbando, allo spaccio di stupenfacenti, passando per le rapine di rolex. Criminali che potremmo definire “indipendenti” che vengono taglieggiati da chi si è unito in un clan per fare la camorra agli altri.

Più volte, nel libro, le azioni dei criminali vengono paragonate alle violente scene dei film americani o ai cartoni animati di paura, momenti in cui realtà e finzione si confondono ottenendo, contrariamente alle loro intenzioni, un effetto grottesco. Come mai è stato scelto di sottolineare questo aspetto?

Onestamente non ricordo i singoli passaggi, ma come discorso generale, posso però dire che Teste Matte è stato raccontato da uno che ha vissuto quella storia vent’anni fa, che da allora si è fatto due guerre di camorra, 3 anni di latitanza e 8 anni di carcere di cui 3 in Spagna. Ma che pochi anni dopo la sua scarcerazione era a Berlino a vincere l’Orso d’Oro come protagonista di Cesare deve morire, il film dei Taviani. Quindi il punto di vista di Sasà sul suo passato è quello di un uomo che ha cambiato vita e che mai e poi mai vorrebbe che certe azioni compiute da ragazzi come era lui all’epoca venissero mitizzate da un’estetica che esalta il sangue e la violenza. Ed io ho sposato in pieno il suo punto di vista. Detto questo, non c’è una parola dei dialoghi che non appartenga a quel mondo, proprio perchè Sasà ne era testimone. Film di guerra e gangster movie sono parte integrante dell’immaginario di questi personaggi ed è quindi normale che li citino, mettendoli a paragone delle proprie azioni. E nel caso di Sasà e Totò, appena sedicenni, persino i personaggi dei cartoni animati trovano spazio nei loro discorsi. Noi li abbiamo riportati così com’erano. Come ti dicevo, anche se può stupire, è tutto vero. Ironia e grottesco sono parte integrante di quel mondo. Gli spietati killer dei film americani, che dicono due parole in croce e ammazzano come automi, nella realtà non esistono. Almeno in questa storia. E come dicevo prima, non c’è niente di eroico in quello che fanno. Solo la necessità di fuggire da una pallottola che a volte ti spinge a sparare per primo.

Sasà e Totò, insieme alle Teste Matte, sono i protagonisti della vicenda, ma il loro coraggio, l’energia delle loro azioni non esisterebbero senza il vero motore della vicenda, ovvero i personaggi femminili. È una nostra impressione oppure il ruolo delle donne qui è davvero fondamentale? Lo si può interpretare come una sorta di tributo alla loro forza?

Certo, ma anche in questo caso ci siamo semplicemente attenuti alla verità del racconto. Personalmente quello che mi ha spinto ad affrontare la scrittura del romanzo è proprio il personaggio di Carmela, la madre di Sasà. Mi fa persino strano chiamarlo personaggio e non persona. Andando a memoria, non mi viene in mente nessuna storia che affronta questi temi, in cui ci sia un personaggio di donna così originale e forte. Una che pur di salvare suo figlio diventa una sorta di consigliera di questo gruppo di ragazzi che si devono guardare le spalle ad ogni angolo di vicolo. E’ l’incarnazione dell’istinto materno, dell’accudire, capace di trasformare qualsiasi donna in una tigre per difendere ciò che ama. Anche sacrificando la propria. Un personaggio straordinario. E il carattere e le azioni di Sasà si capiscono molto di più proprio nel rapporto con questa madre chioccia che sente di aver fallito con lui, di non essere riuscita a preservarlo da un destino criminale.

Verso la fine del libro leggiamo questo pensiero di Sasà : « …a lui come a Totò gli interessa soltanto di andare a letto fieri di tutto quello che hanno concluso durante la giornata, che si tratti di accompagnare una vecchietta ad attraversare la strada o di sparare in testa a qualche infame. ». Come conciliare questa affermazione di singolare moralità con la volontà di riscatto del protagonista?

Il riscatto è qualcosa che in realtà appartiene ad una fase successiva della vita del vero Sasà, che nel libro non raccontiamo. E’ un qualcosa che è maturato in carcere grazie al teatro, in cui Sasà ha sperimentato la possibilità di essere qualcuno di diverso da quello che era stato fino ad allora, tanti personaggi diversi, ma soprattutto un unico attore di talento. E penso che la miglior risposta a questa domanda sia proprio il concetto di talento, un talento che Sasà ha avuto la fortuna di scoprire dopo un percorso molto doloroso e violento. Dico fortuna perchè a moltissimi giovani di Napoli questa opportunità non viene mai concessa. E come Sasà crescono in un mondo in cui le uniche cose in cui riescono a primeggiare, quelle di cui a fine giornata possono ritenersi soddisfatti, sono quelle che osservano e apprendono fin da piccoli: furti, rapine e scippi fino ad arrivare a prendere una pistola per ammazzare qualcuno. E’ una questione di cultura in cui si viene immersi dalla tenera età, laddove lo Stato, inteso sia come istituzioni, sia come comunità di persone unite da una stessa appartenenza, si dimentica di loro fino al primo arresto. Può sembrare paradossale perchè nella citazione sono indicati due estremi, la vecchietta da aiutare e l’infame da uccidere, ma la maggior parte di questi ragazzi sono così, capaci di fare entrambe le cose. Così come Sasà che a 18 anni girava con due pistole e adesso recita Shakespeare. E’ una questione di strade che si prendono. Al mondo che li circonda spetterebbe il compito di creare almeno un bivio ogni tanto e una strada diversa da imboccare.

Rivivere inizialmente la vicenda con gli occhi di Sasà bambino si è rivelato secondo lei complesso, alla luce della personale esperienza di Striano?

E’ la parte che ci ha più entusiasmato scrivere, forse perchè è la più spontanea e irriverente. Sasà e Totò da piccoli sono due scalmanati con cui è facile identificarsi. Li anima quello spirito bambino, necessariamente ingenuo, di chi viene un po’ alla volta a contatto con le regole e ne vorrebbe fare volentieri a meno. Anche e soprattutto delle regole della camorra, del mondo di prepotenti che li circonda. Abbiamo avvertito da subito che partire da lì era fondamentale per l’obbiettivo che ci eravamo posti, ovvero “mostrare” come si arriva a fare certe scelte. Non era giusto nei confronti del Sasà criminale, “cattivo”, dimenticarci il modo in cui si era affacciato al mondo. E non avrebbe fatto capire come sia possibile che ora Salvatore Striano sia una persona completamente diversa, “riscattata”, come si usa spesso dire in questi casi, come se uno dovesse ricomprarsi la propria vita con una nuova moneta. Tutti gli episodi raccontati in questa prima parte sono realmente accaduti, e molti altri li abbiamo dovuti a malincuore lasciare fuori. Sasà ha una memoria incredibile. Una volta ho chiesto come facesse Sasà a ricordare tanti particolari della sua infanzia. Mi ha risposto con quella sua faccia da scugnizzo che ne ha viste tante: “in carcere il tempo non passa mai, spesso io lo passavo a ricordare”. E si capiva che, almeno da piccolo, forse non sempre, anche lui era stato felice.

Recensioni editoriali (4 recensioni)


[...]non è solo la rievocazione di una vita dannata, ma è soprattutto un riscatto morale, una rivincita sociale, un pretesto per dire a tutti che il cambiamento è possibile. Basta volerlo.

L'altra riva : Teste matte (13 Settembre 2015)

Lo sguardo di Salvatore Striano… Mobilissimo, come sempre a frugarsi intorno, per ancora conoscere e appropriarsi di tutta l’altra parte della vita che da dentro il tunnel che è stata la sua vita giovanissima non poteva vedere e avere.

Ci ha impiegato nove anni di libertà, migliaia di pagine scritte, riscritte, poi tagliate. E rimontate come in un film che corre, divora, spaventa, per raccontare agli altri che una via d’uscita è possibile.