Leggo volentieri i libri per ragazzi, specialmente nei mesi estivi, quando ho bisogno di respirare un po', di ritrovare tra le pagine un'umanità più genuina e viva, di uscire momentaneamente dal dolore che si può provare studiando la storia e la guerra.


Carlo Greppi

Carlo Greppi

Carlo Greppi ci parla del suo libro, della scuola, degli adolescenti, della storia e di molto altro ancora.

“Non restare indietro” è un titolo che si può interpretare in molti modi e rispecchia soprattutto il lato più umano delle sue esperienze professionali, di cui ha lasciato un’ottima traccia nel libro: come è riuscito a mediare il punto di vista di uno studente del liceo con quello dell’educatore e divulgatore?

C’è una parte di noi, credo, che indietro ci resta sempre, e penso che in fondo vada bene così. In ogni vita adulta si può intravedere una lunga adolescenza (in alcuni più che in altri), ed è vero che il linguaggio e i riferimenti cambiano, ma basta non dimenticarsi mai cosa si è stati a quell’età per provare a intuire come vede il mondo un ragazzo delle superiori. Io poi ho la fortuna di entrare spesso in contatto con tanti di loro grazie al mio lavoro di public history: dai viaggi della memoria ai laboratori che li precedono agli incontri nelle aule magne delle scuole, ai feedbacks che ho ricevuto grazie alle collaborazioni con Rai Storia.
Trovo meravigliosa l’intensità che ci fa vivere dai sedici anni in avanti, e so (perché lo vedo e perché l’ho vissuto) che per molti è faticoso accettare di iniziare a mettere prima uno e poi l’altro piede nel mondo degli adulti. Purtroppo o per fortuna, prima o poi ci tocca. Io sono irrimediabilmente – e da non poco – dall’altra parte, per cui intreccio lo sguardo di me adulto con quello che vedo in loro e con il caos che è la memoria della mia lunga adolescenza. Racconto delle storie che mi sembrano importanti, e provo un po’ a “lasciare un segno”, a educare, vale a dire a “insegnare il buon uso della libertà” – ed è stato un mio maestro a condividere con me questa definizione, che viene dal film Arrivederci, ragazzi (Au revoir les enfants, di Louis Malle).
Poi, ci sono altri significati dietro la scelta del titolo Non restare indietro, perché ci parla di storia e di memoria, e ci parla delle potenzialità – meravigliose e terribili – di ogni gruppo umano, compresi quelli di cui facciamo parte noi, oggi.

Francesco, il sedicenne protagonista, “ha un pessimo rapporto con il futuro. È vero che la sua generazione non ha idea di cosa sia l’utopia, ma è anche vero che sente sempre e solo parlare di memoria, di passato. Certe cose bisogna dirle”. È un dato di fatto che i più giovani soffrano per la mancanza di prospettive e che per loro sia molto complesso proiettarsi nel futuro. Dal punto di vista letterario e cinematografico, si assiste nuovamente alla grande fortuna delle ucronie e delle distopie: si tratta di reazioni allo stesso fenomeno?

Penso che il mutamento dei consumi culturali sia una questione decisiva, e di straordinario interesse. Per fare un esempio, molti esemplari maschi della mia generazione – me compreso – sono cresciuti tra le altre cose con film “seriali” come Die Hard e Arma letale, nei quali i “valori” di riferimento sono a dir poco, dalla mia prospettiva adulta, discutibili (e prima c’erano Rocky e Rambo), mentre i ragazzi di oggi si nutrono delle saghe (libri e film) di Hunger Games e Divergent, per dirne due che sono anche citate nel romanzo. Si tratta di futuri possibili e non troppo lontani, in alcuni casi in luoghi ben definiti, come degli hollywoodiani Stati Uniti – penso anche a episodi della miniserie anglosassone Black Mirror –, non di rado con protagoniste delle ragazze, in ogni caso delle torsioni di alcuni caratteri del nostro tempo che mettono i protagonisti di fronte al dilemma della responsabilità individuale quando bussa alla tua porta la Storia, che mentre scorre si chiama ancora presente. Sono universi decisamente orwelliani, quelli che frequentano molti ragazzi di oggi nel tempo libero. Al di là delle scelte stilistiche più o meno mainstream, credo siano dei sintomi da non trascurare di una prodigiosa rigenerazione ideale, di una reazione a questa percepita mancanza di prospettive da parte del mondo under 20. Per ora in quanto lettori/spettatori/navigatori/consumatori di cultura, molto presto nel ruolo di attori del nostro tempo.

Il suo libro, inevitabile non pensarlo, è una lettura ideale per avvicinare i ragazzi allo studio della storia e per permettere loro di comprenderne l’importanza. Ha seguito qualche esempio, letterario e non, per intraprendere questo progetto?

La forma-romanzo mi ha preso la mano, e credo che in fondo il libro rimanga almeno in parte un ibrido, perché è denso di storie che hanno fatto la Storia, è vero, ma viste attraverso gli occhi di Francesco, dei suoi compagni e degli altri personaggi che vivono sulle pagine. Leggo volentieri i libri per ragazzi, specialmente nei mesi estivi, quando ho bisogno di respirare un po’, di ritrovare tra le pagine un’umanità più genuina e viva, di uscire momentaneamente dal dolore che si può provare studiando la storia e la guerra. L’estate scorsa, mentre ero immerso nella scrittura, mi sono trovato due libri tra le mani. Il primo è stato all’inizio, e racconta ai bambini la mafia: è Per questo mi chiamo Giovanni di Luigi Garlando. Mi ha fatto capire, e probabilmente ne avevo bisogno, che non dovevo frenarmi: se c’erano dei momenti in cui nel libro qualcuno stava “spiegando” non c’era nessun problema. Il secondo l’ho divorato quando il mio romanzo era quasi finito, ed è Un giorno questo dolore ti sarà utile di Robert Cameron. Ho trovato un ragazzo diversissimo da Francesco ma complementare, con quella dose di inquietudine – che credo sia strutturale in molte adolescenze – da imparare a gestire e a trasformare in energia vitale. Se poi scaviamo nel mio passato, potrei tornare a Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi, che è stato il romanzo di formazione che ha incantato la mia generazione, e a molti altri libri… Ma non vorrei restare indietro ;-)
Poi, ci sono almeno due film degli anni Ottanta che mi hanno aiutato a trovare la mia voce. Li avevo già visti molte volte, per cui come Jack Frusciante avevano lasciato un considerevole sedimento nella mia memoria. Ma un amico, Marco, mi ha suggerito di rivederli quando ancora il libro era poco più che un’idea: I Goonies e Stand By Me. Non parlano di storia né del nostro tempo, ma sono due film sul rito di passaggio, che indagano il rapporto che abbiamo con la paura e con la morte, e mostrano come le esperienze fatte in gruppo – e i viaggi – possano traghettare verso una nuova fase della vita.

Le attività proposte alla classe di Francesco, legate alla Giornata della Memoria e allo studio della Shoah, sono le stesse che vengono proposte agli studenti che partecipano ai progetti educativi e formativi di Deina, l’associazione di cui lei fa parte?

In gran parte sì, anche se le nostre attività hanno subito qualche modifica e qualche semplificazione sulla pagina, per ragioni legate alla storia di Francesco e della sua classe e per la mia esperienza anche individuale. I nostri percorsi formativi puntano molto sull’interazione laboratoriale che, anche nell’economia narrativa del libro, ho ritenuto non fosse integralmente trasferibile. Nei ringraziamenti ho illustrato la relazione simbiotica tra questo libro e gli anni di esperienze e viaggi condivisi con i miei compagni dell’associazione Deina, che ringrazio anche qui.
Poi, anno dopo anno queste attività subiscono a loro volta modifiche, perché credo che sia profondamente sbagliato pensare che esistano formule o metodologie perfette per parlare di storia con i ragazzi. Magari ne esistono alcune straordinariamente efficaci e funzionali per il momento X, ma i ragazzi sono sempre diversi e il mondo cambia intorno a noi a una rapidità impressionante.

Molto spesso il protagonista, nel corso della narrazione, ringrazia Google per l’efficacia e la rapidità che permette di reperire informazioni. Questo richiamo all’uso della tecnologia come risorsa principale per accedere alle notizie, soprattutto da parte dei più giovani, rimanda chiaramente a quella che è la grande problematica legata al reperimento delle fonti e dell’uso consapevole che si fa di internet: qual è la sua opinione di storico a riguardo?

Credo che la critica delle fonti debba essere la parola d’ordine di chiunque insegni o educhi per mestiere, compresa la critica di sé stesso in quanto emittente di sapere. Se cerchi informazioni, e noi “addetti ai lavori lo sappiamo bene”, Internet non ha potenzialità diverse rispetto a una biblioteca, a una emeroteca, a un archivio o (riferendoci al mondo della scuola) a un magazzino pieno di manuali scolastici. Se non che la rete ha una quantità incommensurabile di fonti, spesso irreperibili altrove, che bisogna saper vagliare e incrociare. Fonti che hanno un’intenzionalità più o meno marcata, che sono state prodotte da qualcuno e che sono lì per una ragione precisa. Oggi, come mai prima d’ora, credo che la sfida di chi ha responsabilità formative sia quella non di insegnare “cosa”, ma “come” ci si forma un’opinione consapevole su un determinato evento o processo storico. Chi ha creato quella pagina web? Come, quando, dove, perché? Le cinque W del giornalismo anglosassone dovrebbero essere sempre il nostro punto di partenza, credo. L’accesso al sapere non è mai stato così immediato, e i rischi che si annidano non sono certo maggiori delle potenzialità. Per questo penso che il mondo della scuola abbia un’opportunità unica.

“Anche se parla sempre di storia sembra un animatore estivo, Gianluca, adesso che Francesco ci pensa bene”. Vi è una sorta di eco continua nelle sue pagine, un richiamo a “svecchiare” i metodi di insegnamento nei confronti di una materia che già in sé contiene le barriere che il tempo mette fra noi e coloro che ci hanno preceduto. È un invito agli insegnanti a cambiare approccio?

Non penso che ci siano modelli contrapposti, ma certamente le esperienze immersive che abbattono le barriere (comprese quella del tempo trascorso, con i viaggi sui luoghi) possono essere un ulteriore strumento da mettere sul tavolo degli attrezzi dell’insegnamento, anche per il mondo della scuola in senso stretto. Naturalmente entrare e uscire dagli istituti scolastici (come capita a me e a noi) è una fortuna, perché dei ragazzi possiamo vedere il meglio, e loro di noi, mentre i docenti ci convivono quotidianamente e per tutto l’anno, con dei programmi da portare a termine e molte fatiche che solo chi le vive saprebbe raccontare. Ma un dato che abbiamo rilevato davvero spesso, anche nelle parole degli stessi insegnanti, è che non c’è quasi il tempo per stare ad ascoltare i ragazzi, in una fase della vita in cui le figure adulte (più o meno giovani) possono fare la differenza perché possono insegnare, più che nozioni che verranno in molti casi dimenticate, degli sguardi sul mondo. Possono “lasciare un segno”, appunto, e devono essere credibili, per quanto possibile.
Le mutazioni del mondo della scuola sono sotto gli occhi di tutti anche per le ragioni di cui abbiamo discusso prima. I ragazzi sono sempre connessi e possono continuamente controllare la validità di quello che viene loro trasmesso, o almeno provarci, con ricerche veloci in rete prima, dopo o addirittura durante le lezioni in classe. Per questo penso che sia difficile, nel nostro presente, che la scuola possa diventare di nuovo un veicolo di conoscenze e interpretazioni pericolose, come nell’Europa totalitaria del Novecento. Perché, volenti o nolenti, siamo costretti a separare le opinioni dai fatti.

“La storia cambia forma perché gli studiosi con le loro ricerche trovano continuamente nuove storie, nuove fonti, nuove letture di vicende che si conoscevano già, e perché dipende sempre da come si sceglie di guardarla.” Studiare la storia equivale ad esercitare il proprio spirito critico il quale, a sua volta, permette di interpretare il presente. È possibile, per gli studenti, fare buon uso in giovane età di questo principio oppure è necessario costruire una parte della propria personale storia prima di comprenderlo?

Credo che lo spirito critico sia sempre un “buon uso” di se stesso, un buon esercizio per imparare a cogliere la complessità del mondo e a costruirsi opinioni solide e allo stesso tempo sempre in discussione. Più si cresce più ci si rende conto di essere della partita, dunque si può affinare il proprio spirito critico sulla base della propria storia personale e del proprio ruolo nel mondo che via via si definisce. Riferendomi alla mia esperienza, non mi è mai capitato di pensare che questo approccio di “svelamento” degli attrezzi del mestiere potesse avere delle controindicazioni, anzi. Mostrare le strade che ci portano a determinate sintesi e interpretazioni della storia, condividere con i nostri destinatari anche i nostri dubbi e le nostre inquietudini, credo che sia un ottimo tornasole: se quello che facciamo ha un valore non perderà niente di quel valore, e se siamo mossi da onestà intellettuale (da spirito critico, appunto) questa verrà riconosciuta. Mi basta pensare alle domande che spesso emergono dagli incontri con i ragazzi: hanno uno sguardo laterale, spesso ancora depurato da posizioni pregiudiziali che in qualche modo rientrano in una “corrente”, fanno a loro volta critica delle fonti, hanno interrogativi importanti che spesso mi aiutano a rimanere con i piedi per terra, a dialogare con le persone reali, il cui tempo non è costantemente occupato dallo studio della Storia, e che avranno altri percorsi di vita.

I credits che concludono il libro contengono tutti i riferimenti bibliografici utilizzati e citati nel libro. Può consigliare, invece, una breve lista delle migliori opere di narrativa per ragazzi sull’argomento?

C’è un romanzo molto bello di cui sono venuto a conoscenza (come spesso accade) grazie a un’amica: Misha corre, di Jerry Spinelli, anche se purtroppo trovo che le ultimissime pagine non siano all’altezza del resto del libro. È la storia di un bambino che vive nel ghetto di Varsavia, e per certi versi mi ha ricordato La vita davanti a sé di Romain Gary, che sfiora solo l’argomento, è vero, ma è un libro straordinario per come sprofonda nella marginalità e nella diversità con uno sguardo trasognato, incantevole. Insieme a questi due, mi sposterei verso due grandi libri, non per ragazzi ma che credo si possano leggere per riflettere su cosa significa fare narrativa su un argomento tanto reale. Il primo è HHhH di Laurent Binet – che oramai consiglio da anni – in cui l’autore trascina il lettore con sé nella sua ricerca singhiozzante su uno degli episodi più eroici della seconda guerra mondiale, l’attentato a Reinhard Heydrich, uno degli uomini più importanti della gerarchia nazista, nonché mente della Shoah. Il secondo è Un regalo del Führer, in cui l’autore, Charles Lewinski, dà voce all’attore, regista e cantante Kurt Gerron, che dopo aver combattuto nella Grande Guerra sottovalutò i presagi e si trovò presto nella morsa nazista. La storia vera ce la racconta una voce finzionale davvero avvolgente, e ogni due pagine viene – appunto – da controllare fin dove la licenza letteraria si è spinta. È vero che i nazisti hanno creato un luogo che era una tragica pagliacciata, una tremenda anticamera della morte, e che lo usarono per mostrare al mondo come in realtà gli ebrei fossero solo traghettati verso delle “riserve indiane”, e non sterminati? È vero. E che commissionarono alle stesse vittime un documentario di propaganda? Vero anche questo. Ed è vero che la Croce Rossa, in quel luogo chiamato Theresienstadt, o Terezin, ebbe la possibilità di entrare e non si rese conto di niente? Vero anche questo. “Va detto – scrive la voce finzionale di Kurt Gerron – che non era difficile abbindolare quelli della Croce Rossa. Remondo, che mi ha insegnato il trucco delle uova per [il film] L’angelo azzurro, raccontava che per il numero in cui si libera dalle catene preferiva chiamare sul palco come assistenti degli intellettuali. Perché sono più facili da gabbare. Chi è convinto che non gli si possa dare niente a bere, abbocca sempre all’amo. Come quelli della Croce Rossa”. In questo libro si possono trovare grandi riflessioni sul rapporto tra realtà e finzione nelle nostre vite e nei nostri consumi culturali, a partire da quel gigantesco dilemma che fu Terezin. E imparare anche una storia importante, riflettendo quanto è difficile, in certi contesti, mantenere salde le proprie convinzioni ed essere coerenti, e sul valore che hanno e che possono avere le scelte nella Storia.