Ho impiegato quasi dieci anni per decidermi a rivedere l’opera di mio padre e ci sono riuscita solo dopo aver scritto la sua storia...


Sibyl von der Schulenburg

Sibyl von der Schulenburg

Per Cristo e Venezia

Dietro le quinte di un romanzo storico: Sibyl von der Schulenburg ci racconta la rinascita del libro Per Cristo e Venezia.

Lavorare sui materiali conservati presso il proprio archivio familiare è molto diverso dal procurarsi documenti che riguardano personaggi storici che nulla hanno a che fare con la propria storia personale. Crede che il suo approccio sia influenzato da questo legame familiare, rispetto al modo con cui uno scrittore di romanzi storici intraprende generalmente le sue ricerche?

Tenere tra le mani una lettera scritta dal padre, nonno, zio o addirittura un membro della famiglia di trecento anni fa, sortisce effetti vari. Da un lato si è curiosi di conoscere il contenuto del documento, dall’altro si ha l’impressione di frugare nell’intimità di un parente. Cercare le proprie radici attraverso quelle degli avi, è un esercizio che dà un senso di continuità nel tempo, ma apre anche la via a scoperte non sempre gradevoli.
L’approccio alla creazione di un’opera letteraria che includa personaggi della propria famiglia è sicuramente condizionato dalla “pietas filiale”, però gli elementi storiografici di entrambi i personaggi dei miei romanzi storici – mio padre e il feldmaresciallo – sono talmente noti e documentati che ho potuto solo integrarli. Su questi personaggi si era già molto ricercato e scritto, tanto che ho iniziato la stesura del primo lavoro quando già era stata scoperta la statua a Verona che li ricorda entrambi. Quindi no, nel mio caso l’approccio alla ricerca di notizie non è diverso, solo agevolato.

Lei definisce Per Cristo e Venezia un’"opera derivata", poiché suo padre Werner l’aveva già pubblicato in precedenza, incontrando tra l’altro un grande successo di pubblico all’estero. Quali sono gli aspetti che ha volontariamente lasciato inalterati e quali sono, invece, gli interventi che hanno conferito al testo una “veste più moderna”?

Tutto l’impianto storico, frutto di lunghe ricerche di antichi storiografi e di mio padre, è rimasto inalterato; ho solo aggiunto alcuni dettagli venuti alla luce in periodi più recenti. Ho ritenuto opportuno tagliare alcuni approfondimenti impoverendo in qualche modo l’opera di nozioni storiche, ma ne ha guadagnato la leggibilità. Il lettore moderno può eventualmente approfondire i vari avvenimenti citati con una semplice ricerca su internet. Il romanzo originale era un tomo di quasi 1000 pagine, creato per lettori abituati a descrizioni dettagliate e scene di ampio respiro mentre l’opera nuova è sfrangiata di vari dettagli che risultano distrattivi per la mente di un lettore moderno, molto più bisognosa di stimoli e turnpoint ravvicinati. Ho ritenuto opportuno eliminare una parte cospicua dell’originale che si occupava della vita alla corte di Dresda e del periodo veneziano del maresciallo dopo la vittoria su Corfù. Mio padre chiudeva il libro con la morte di Matthias ma, personalmente, credo che sia imperdonabile far morire l’eroe di un romanzo storico e perciò mi sono fermata prima.
Una buona parte dell’opera di mio padre, in tedesco, presupponeva conoscenze storiche del Sacro Romano Impero e molti accenni a personaggi storici tedeschi erano comprensibili solo entro i confini tedescofoni. Il libro che propongo oggi ha il taglio di un’opera a diffusione internazionale.
Ho conservato l’impronta barocca del linguaggio per aiutare il lettore a entrare nel periodo storico e per meglio ospitare un tipo di dialogo che aiuta la visualizzazione dei personaggi in costume d’epoca. Lo stile di scrittura che uso nei romanzi storici è sempre diverso da quello che adotto nei romanzi a sfondo psicologico.

In fondo al libro, nella lista dedicata ai personaggi, si nota che alcuni di loro sono frutto della fantasia dell’autore: in quali casi la finzione narrativa ha avuto la meglio sulla realtà e per quali esigenze narrative?

Ne “Per Cristo e Venezia”, i personaggi si muovono dentro un impianto storico ricostruito minuziosamente. La struttura della trama romanzata trova i suoi limiti nelle date degli eventi storici e nella vita dei personaggi realmente esistiti. Di questi occorre fare una ricostruzione cronologica di azioni e spostamenti e ricercare i loro pensieri ricavandoli da documentazione certa, soprattutto corrispondenza privata. Alcune lettere sono state riportate in originale, così anche alcune poesie ritrovate negli archivi di Venezia che, nel libro di mio padre, erano state tradotte in tedesco. Tutta questa aderenza alla realtà fa di un romanzo storico un’opera pregevole, ma costituisce una gabbia entro la quale lo scrittore si deve muovere. Ci sono sempre passaggi difficili come lacune temporali, situazioni ambigue che vanno chiarite e, soprattutto, esigenze di caratterizzazione dei personaggi, che non possono essere superati se non con l’ausilio di personaggi di fantasia da far muovere a piacere dell’autore. Sia mio padre che io abbiamo sentito il bisogno di alleggerire il plot storico mettendo in scena figure vivaci e versatili.

Durante la scrittura del romanzo vi sono stati attimi in cui si è chiesta se suo padre avrebbe approvato o meno il suo lavoro?

Creare il personaggio principale di un romanzo qualsiasi, implica per uno scrittore la trasposizione di emozioni e vissuto propri, dentro una vita – seppur fittizia – di un altro. Mio padre ha vissuto il feldmaresciallo Johann Matthias von der Schulenburg dal punto di vista di un discendente maschile che ha condiviso molte esperienze come quella diplomatica e militare. Io ho vissuto l’eroe attraverso un mediatore, mio padre, ed ho cercato di capire il punto di vista di entrambi. Nel contempo volevo dare al lettore moderno la possibilità di immedesimarsi nell’eroe e ho perciò dovuto renderlo più avvicinabile e comprensibile anche da chi non conosce la cultura del sei-settecento. Ho impiegato quasi dieci anni per decidermi a rivedere l’opera di mio padre e ci sono riuscita solo dopo aver scritto la sua storia, ma ci sono state varie situazioni in cui ho chiesto scusa per i tagli e le modifiche.

L’impianto originale del libro risale dunque al 1950, ma esso racchiude tutto il respiro e lo stile dei grandi classici dell’Ottocento: è necessario, secondo lei, amare la lettura dei classici per apprezzare Per Cristo e Venezia?

La scuola italiana orienta molto verso la scrittura barocca, cosa che noto sovente nei giovani scrittori che mi sottopongono i loro scritti per essere pubblicati nelle collane editoriali che dirigo. E’ vero che l’opera racchiude tutto il respiro e lo stile dei grandi classici dell’Ottocento, ma in forma attenuata, evitando i lunghi periodi e le circonlocuzioni che fanno impazzire le moderne menti “televisive”. La lettura di “Per Cristo e Venezia” è perciò molto facile per il lettore medio italiano. Lo stesso testo è già tradotto in tedesco e greco moderno mentre per l’inglese prevedo di dover apportare ulteriori modifiche allo stile.

“Nel 1716 il mondo occidentale è minacciato dall’impero ottomano. I potenti d’Europa si muovono per arginare l’ondata islamica che minaccia di conquistare i pascoli cristiani. ". A esattamente trecento anni di distanza il fenomeno sembra purtroppo, con le dovute differenze, ripresentarsi: lo scontro fra queste due culture storicamente e geograficamente intrecciate a cui stiamo assistendo porterà ad una reciproca influenza e ad uno scambio di saperi come è avvenuto nei secoli precedenti oppure si tratta, secondo lei, di un fenomeno diverso?

Il fenomeno non ha mai cessato di esistere. Ci sono stati intervalli dovuti al cambiamento radicale dei metodi bellici: le armi moderne consentono più facilmente di sterminare che di conquistare, mentre obiettivo dell’islam è la conquista. Oggi l’arma preferita dai conquistatori è il Cavallo di Troia, sistema antico, reso efficace dalla nostra cultura umanistica e dalle leggi che sono orientate alla difesa della libertà in ogni sua manifestazione. Ostacoli alla difesa sono: da un lato la democrazia ormai al limite dell’anarchia e dall’altro i governanti che, per non incorrere nel rischio di impopolarità e per impreparazione alla carica che ricoprono, si muovono come bandiere al vento. Non credo che possa esserci uno scambio di saperi considerato che, mentre l’occidente gioisce per la scoperta delle onde gravitazionali, l’oriente islamico sta di nuovo imponendo il burqa alle donne. Inoltre, ricordo che l’islam più che una religione è un sistema giuridico e la nostra costituzione, sul nostro territorio, non riconosce altro che quello italiano.

Poche persone hanno la possibilità, o la fortuna, di poter tracciare la storia degli antenati e delle proprie origini. La consapevolezza di questa “linea virtuale” che risale così indietro nel tempo influenza in qualche modo la sua vita?

Sono cresciuta avendo alcuni grandi membri della famiglia a modello. Mio padre è morto quando avevo solo 4 anni (lui ne aveva 77) ma, per tutta la mia infanzia, il suo busto in bronzo è rimasto lì accanto all’immagine del feldmaresciallo che salvò Venezia dall’invasione dei turchi nel 1716. E’ un po’ come crescere con dei fantasmi che hanno lasciato tracce importanti nel mondo; non nego di aver passato dei momenti in cui parlavo con loro. Ora che ho scritto su entrambi questi personaggi, il rapporto è anche più intenso, e ho l’impressione di aver assunto degli obblighi nei loro confronti. L’amore per l’Italia, che ci unisce, è forse ciò che ci differenzia da altri membri della famiglia.

Gli archivi della sua famiglia custodiscono certamente altre vicende storiche interessanti, ha qualche progetto letterario in merito?

Ho ricordi d’infanzia legati a studiosi che venivano nell’archivio di famiglia per ricerche su vari personaggi, dato che conserviamo lettere a firma di Pavolini, Sarfatti, Frassati, Hitler, von Papen e tanti altri. Con l’età adulta la gente iniziò a chiedermi: “Ma chi era tuo padre?”. Così, per dare una risposta a questa domanda, è nato il mio primo romanzo storico. La decisione di pubblicare “Per Cristo e Venezia” è invece maturata in seguito all’intuizione che un romanzo storico può essere un eccellente strumento di divulgazione della storia, premesso che sia dotato di una buona trama e sia di facile lettura. Con questo in mente, sto covando l’idea di scrivere il prossimo romanzo storico, incentrato sulla sorella del feldmaresciallo – Melusine von der Schulenburg – amante di Giorgio I al quale diede tre figli, oppure tenterei la rielaborazione di un altro dei romanzi di mio padre. Ricordo sempre che la storia insegna, però bisogna conoscerla.

Recensioni editoriali (4 recensioni)


Il romanzo di Sibyl racconta la preparazione diplomatica e strategica che precedette gli eventi militari. Ma crea anche un grande affresco dell’epoca, in cui la storia con la S maiuscola, quella che entrerà nei libri, si mischia a quotidiani eventi minori, [...].

In definitiva l’opera di Sibyl von der Sculenburg risulta pregevole e decisamente interessante, specie considerando che si tratta di un avvenimento che riguarda la storia italiana, e veneta in particolare, anche se il romanzo, per complessità e argomento, non è di quelli che si lasciano leggere d'un fiato.

Con questo romanzo, tributo al celebre feldmaresciallo, Sibyl von der Schulenburg chiude il cerchio familiare a trecento anni dagli eventi descritti nel libro e interroga il lettore con una domanda sempre più attuale: "Che cosa siamo disposti a fare per preservare la nostra civiltà occidentale?".