Ho ricevuto moltissime telefonate o e-mail di condivisione attraverso le quali ho scoperto che nelle vicissitudini della protagonista si sono immedesimati molti giovani, e non solo chi giovane non lo è più.


Anna Maria Falchi

Luca Brunetti

La spiaggia di quarzo

Sei domande a Anna Maria Falchi per entrare nel mondo del suo ultimo libro, La spiaggia di quarzo.

Nel suo libro seguiamo le vicende della protagonista adolescente sullo sfondo di una torrida estate sarda che culmina in un agosto che segnerà una svolta per la vita della ragazza.
Come mai ha scelto di non rivolgersi direttamente a un pubblico più giovane?

Quando inizio a scrivere una storia non penso mai a quale pubblico vorrei rivolgermi, non l’ho fatto nemmeno questa volta. È il desiderio di raccontare che mi accompagna e mi incita a proseguire, ma non decido a priori a chi mi devo o mi voglio rivolgere. Avevo intenzione di affrontare un argomento difficile quale l’adolescenza e per aiutarmi ho usato il ricordo e la consapevolezza di una donna già adulta, una protagonista nella quale potessero riconoscersi tutti e non solo i giovani. Così è stato.
Ho ricevuto moltissime telefonate o e-mail di condivisione attraverso le quali ho scoperto che nelle vicissitudini della protagonista si sono immedesimati molti giovani, e non solo chi giovane non lo è più. Ho provato una grande soddisfazione quando mi sono giunti i primi commenti, tra l’altro soprattutto maschili, di lettori che si sono riconosciuti non solo nel periodo storico citato, ma in particolar modo nelle emozioni, nelle sensazioni descritte nel libro, pulsioni che a quanto pare non hanno età.

Nella quarta di copertina troviamo una definizione che caratterizza subito La spiaggia di quarzo come un romanzo di formazione «al femminile», ma non ci troviamo del tutto d’accordo con questa affermazione. Lei cosa ne pensa?

È un romanzo di formazione ma, così come ho anticipato nella domanda precedente, e anche in seguito ai riscontri che ho ricevuto nel frattempo, direi non solo al femminile. Certo è la voce di una donna quella che ci accompagna nel corso della lettura, ma lo definirei più un romanzo di formazione e di educazione sentimentale. Quando i veri protagonisti sono i sentimenti e le emozioni risulta difficile dare al romanzo una connotazione di genere.

Come mai ha scelto di svelare il nome della protagonista solo dopo più di cento pagine?

Non è stata una scelta ragionata, solo dopo molte pagine mi è venuto spontaneo dare un nome alla protagonista della storia come se, fino a quel momento, non ne avessi sentito la necessità.
Nelle prime pagine del romanzo a parlare sono la memoria, le emozioni, sensazioni comuni a molti adolescenti. Soltanto quando ho deciso di narrare quella vicenda vissuta in riva al mare dalla protagonista, durante la sua prima estate da sola, allora darle un nome mi è divenuto indispensabile. Il nome Alessia in greco significa ‘colei che difende, protettrice’, e in qualche modo, nel momento più difficile della storia, ho voluto proteggere la mia fragile protagonista affidandole quel nome.

Fra le pagine si percepisce l’eco dell’attualità dell’epoca, gli anni ‘70, ovattati e distanti dal mondo dell’adolescente protagonista che vive in modo particolarmente intenso un solo avvenimento che la tocca da vicino, ovvero la demolizione delle baracche sulla spiaggia che fa da principale sfondo della vicenda. Ha vissuto in prima persona questo momento?

È un momento che ho vissuto, ma non in prima persona, nel senso che la mia famiglia non aveva una baracca e non mi trovavo in spiaggia quando hanno demolito i casotti. Ero poco più che bambina, ma ricordo perfettamente quegli avvenimenti, un po’ grazie alle tv locali dell’epoca che hanno documentato i giorni delle demolizioni, ma anche grazie alle testimonianze di persone che frequentavano casa mia e che erano coinvolte in modo diretto. Io non riuscivo a decidermi, in quegli anni il paese era davvero diviso tra chi considerava quel luogo una sua proprietà e chi invece viveva come una violazione e, anzi, una violenza quell’atteggiamento nei confronti della spiaggia e del bene comune.
Da una parte invidiavo i proprietari di quei casotti, i loro racconti delle serate in riva al mare, dei fuochi, della gioia di stare insieme. Erano diventati i veri padroni della spiaggia, vivevano lì intere giornate e noi dovevamo accontentarci dei giorni di riposo di mio padre per andare al mare. Oltretutto in quel periodo era necessario stare attenti a tutte le spese, la nostra era una famiglia numerosa, lavorava solo mio padre, e non tutti i giorni potevamo permetterci di percorrere una quindicina di chilometri in auto per raggiungere la spiaggia, quella spiaggia.
Ma una volta lì, diventava davvero difficile non provare rabbia e dispiacere per la presenza di quelle baracche. Allora come adesso amavo la natura e ogni intervento così invasivo compiuto dagli uomini lo consideravo un sopruso.
Ricordo che il giorno in cui iniziarono le demolizioni, durante il telegiornale mi incollai alla tv a osservare le ruspe e provai un senso di liberazione e di pace. La spiaggia era di nuovo libera e mi sentii sollevata. Subito dopo presi il mio album da disegno e raffigurai la spiaggia e il mare, riempii la pagina di pennellate azzurre e bianche, senza ruspe e senza casotti, e la appesi in camera mia, una cartolina in ricordo di quel giorno.

La Sardegna letteraria non è solo Grazia Deledda, ovviamente: si ritrovano, secondo lei, tracce della tradizione letteraria della Sardegna ne La spiaggia di quarzo?

È una domanda complessa.
Se per ‘tradizione letteraria’ intendiamo l’attaccamento ai luoghi, alla cultura, alla storia della Sardegna certamente le troviamo. Ambientare la storia in Sardegna o fare dell’isola una protagonista, senza scivolare in stereotipi etnici o addirittura geografici, è un elemento che avvicina La spiaggia di quarzo ad altre opere di autori sardi.
Anche la memoria è una costante in molta produzione letteraria sarda, in particolare la memoria collettiva, se pensiamo a Giuseppe Dessì, a Sergio Atzeni, ma anche a Niffoi, Murgia e molti altri.

Come mai ha scelto di non raccontare nulla del presente della protagonista, di abbandonarsi subito al flusso dei ricordi senza dar modo al lettore di sapere quale sia la sua vita dopo anni di lontananza dalla Sardegna?

Con molta semplicità le dico che non era mia intenzione parlare delle scelte di Alessia ormai adulta.
Sapere quali fossero state le scelte di vita della protagonista lontano dalla Sardegna non avrebbe aggiunto alcun valore alla storia. Alessia torna nella sua terra perché vuole ritrovare quella parte di sé, quella purezza che temeva di aver perduto per sempre, proprio su quella spiaggia. È un ritorno alle origini necessario per dare un senso alla sua vita di adulta, quale che sia.
Non mi sono mai preoccupata di raccontare in che modo questi avvenimenti del passato potessero aver influito sulla sua vita futura, a quali scelte fosse stata condotta dagli eventi. Avrebbe forse soddisfatto la curiosità di alcuni lettori, ma avrebbe distolto l’attenzione dal vero significato di questo ritorno : la ricerca di una identità passando proprio attraverso il ricordo del passato e l’accettazione di sé.

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Un libro intimo, tenero, dolce, schietto, delicato, soave e profondo, costruito intorno ai desideri e agli imbarazzi che formano la nostra crescita e che non ci abbandonano mai, all’amore e alla speranza, alle confidenze inconfessabili e ai piccoli grandi dolori che fanno maturare, con la colonna sonora dolceamara delle rimembranze.

La scrittura di Anna Maria Falchi si abbandona tutta alla potenza evocativa dei personaggi più che alla ricerca di uno stile peculiare: la semplicità, la linearità, la spontaneità trovano riscatto nel saper dominare i salti temporali, nel restituire non figurine ma figure in carne ed ossa.