Che cosa vuol dire essere eroi, oggi?


Mario Coppola

Mario Coppola

In cima al mondo, in fondo al cuore

In cima al mondo, in fondo al cuore e più in profondità fra le pagine del suo libro: qualche domanda a Mario Coppola.

Se ci chiedessero quale parola può riassumere e rappresentare al meglio In cima al mondo, in fondo al cuore sceglieremmo senz’altro «Ambizione»: è d’accordo con noi? Lei quale parola sceglierebbe o aggiungerebbe?

Non sono d’accordo. Credo sceglierei consapevolezza. L’ambizione è quella del protagonista che vuole scalare velocemente la vetta della compagnia, che vuole fare carriera diventando il capo della società in cui lavora; ambizione ha a che fare con l’arrivare in alto, ma questa è solo una parte della storia, quella in cui il protagonista sta crescendo, sta facendo i conti con se stesso e con gli effetti che le sue scelte hanno sul proprio corpo, sul proprio umore, sulla propria vita sentimentale. Credo che il senso del racconto si giochi invece sull’evoluzione del protagonista, sul fatto che a un certo punto all’ambizione – lentamente, soffrendo – si sostituisce la ricerca di una consapevolezza profonda di ciò che si cerca per essere felici. Un arrivare dentro, nel profondo di sé.
Tornare a casa, in un’Italia e in una Napoli complicata, per non dire difficile, non è una scelta ambiziosa: è una scelta strana e pericolosa che però punta alla felicità, una felicità che – per il protagonista del racconto – non può che provenire dall’espressione del sé nel proprio territorio, a contatto con le persone che si ama e con cui si è costruito qualcosa nell’arco di una vita.
E’ ambizioso un gambero che, dopo una vita passata a nuotare in avanti, come un pesce, a un certo punto prova a nuotare all’indietro?

Il suo libro è stato definito «romanzo generazionale» ma le vicende del protagonista differiscono nettamente dalla realtà dei giovani italiani, anche di quelli che hanno deciso di emigrare. Qui si parla di un’esperienza eccezionale, una storia di successo che esula dal quotidiano e che può essere d’ispirazione: è ora che i giovani cambino punto di vista (e letture)?

Sì, credo di sì. C’è in giro una immensa dose di rassegnazione, che però di solito è anche piena di rabbia, di rancore. Siamo una generazione irascibile, spesso livorosa, perché abbiamo imparato a considerare normale uno stage non retribuito, un tirocinio sottopagato, un lavoro che non porta da nessuna parte, che dovrebbe tranquillizzare solo perché, magari, sappiamo che avremo di che vivere quel mese o quell’anno. Siamo un po’ lo strascico di una mentalità – quella che ci ha preceduto – che puntava tutto sul mettersi “a posto”, sull’avere un’occupazione. Un lavoro che, malgrado spesso non avesse nulla a che fare con le proprie predisposizioni, coi propri talenti, garantisse la sopravvivenza per tutta la vita. Un’esistenza afflitta la cui unica consolazione era, appunto, la sicurezza di una certa quantità di soldi al mese dall’oggi fino alla morte. E’ tutta qui la vita? E’ tutto qui l’uomo?

Vi sono numerosi riferimenti ai poemi classici greci e romani e una buona dose di cultura pop anni ‘80 che danno alla vicenda una dimensione epica: «L’immortalità: sono certo che per questo valga la pena vivere e amare: perché si narri, si dica, si ricordi quanto si è vissuto, quanto si è amato.». Abbiamo ancora bisogno di eroi?

Sì, nella maniera più assoluta. E non parlo di un eroismo da quattro soldi, né del coraggio che ci vuole a difendere qualcuno in pericolo imminente. Nasciamo e viviamo – i millennials più di me, anche se credo che le differenze siano sfumate – in un mondo terribile, dove, in fondo, la crisi economica è la meno grave delle questioni: l’imminente, tragico, cambiamento climatico, gli scenari apocalittici che il Trump di turno rischia di innescare dalla sera alla mattina, i campi di concentramento per gli omosessuali in Cecenia, eccetera. La domanda, credo, sia: che cosa vuol dire essere eroi, oggi? Forse è qualcosa che ha a che fare con la capacità di mettersi in gioco veramente, di capire dietro agli antidepressivi e agli antidolorifici – i suv, la carriera, il calcio, l’ultimo smartphone – cosa vogliamo veramente. Magari è qualcosa che ha a che fare col coraggio di capire dove si nasconde la felicità.

«Voglio stare qui, voglio diventare te, voglio essere immortale: che il mio nome sia in tutte le fottutissime Feltrinelli.»: cos’ha provato, quindi, vedendo il suo nome sugli scaffali in libreria?

Gioia pura. Una felicità serena che per fortuna non ha niente a che fare con il carico di vendetta e rivendicazione del protagonista così com’è all’inizio del racconto, nel passo che ha citato. Lì crede che sarà soddisfatto quando potrà dire al mondo di essere il migliore. Ma il racconto, poi, porta da tutt’altra parte, alla scoperta del fatto che quello che conta davvero non è vincere una gara con gli altri ma con la parte di sé che ci vorrebbe schiavi, repressi, rinchiusi in una routine mortale, vinti dal senso di colpa di fare davvero ciò che si desidera. Nel profondo del cuore.

La descrizione dell’ambiente universitario è caratterizzata da un’atmosfera di estrema negatività, un luogo dove invidia e mancanza di solidarietà sono all’ordine del giorno. Crede che le persone indirettamente citate abbiano letto il suo libro e si siano riconosciute, posto che contiene evidenti richiami autobiografici?

Non saprei, questa è una domanda difficile. Anzitutto, il romanzo non è una ricostruzione filologica dei miei trascorsi, è un’opera aperta, piena di libertà, di fiction, di fantasia. Nel momento stesso in cui ho deciso di mettermi a battere su una tastiera per scrivere questo romanzo le cose che scrivevo non le scrivevo per descrivere un fenomeno oggettivo – semmai ne esistesse uno – ma per costruire un racconto. Quindi venivano automaticamente ripensate, rivissute, nella chiave voluta dalla narrazione. Silvio Perrella ha parlato del mio romanzo come di un’opera di auto-fiction: Michelangelo, il protagonista, sono io ma non sono del tutto io; è l’io che ho scelto di rappresentare per modellare al meglio questa storia. Ne consegue che tutto l’ambiente che lo circonda è un riflesso della sua personalità: all’inizio è pieno di rancore, di rabbia, di violenza inespressa – così come è lui, il protagonista – mentre più si va avanti più cambia, al cambiare dello sguardo del protagonista.

Ultima domanda: quali letture vorrebbe consigliare agli studenti di architettura?

Quello che provo a insegnare nel corso che tengo all’università è che prima di disegnare, prima di poggiare una matita su un foglio per tirare una linea o una curva, è necessario, ancora una volta, capire che cosa vogliamo, qual è il senso del nostro essere qui, al mondo, come progettisti. Progettare – come vivere – richiede un’immensa dose di auto-coscienza, di consapevolezza: perché disegniamo uno spazio in un certo modo e non in un altro, per chi lo stiamo disegnando così, che cosa vogliamo dire con quello spazio? Consiglierei anzitutto libri sul senso: Edgar Morin, Zygmunt Bauman, Gilles Deleuze. E poi consiglierei di viaggiare, di osservare il mondo, di guardare insieme all’architettura e alla natura, di fotografarle, di ridisegnarle. Fino a farle entrare dentro, entrambe.

Recensioni editoriali (2 recensioni)


Mario Coppola ha scritto un romanzo problematico perché la tentazione di non terminare il libro a causa del suo primo attore è davvero tanta, ma se si arriva fino alla fine non ci si pente e si capisce anche perché Michelangelo sia così insoffribile. Perché è tremendamente reale.

Un vero e proprio romanzo generazionale e di formazione scritto con grande profondità, credibilità e asciuttezza, lieve ma mai banale: da non perdere.